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Il coraggio delle idee

Dietro la facciata del Villaggio Don Bosco

Nella nota pubblicata recentemente abbiamo parlato dell’affermazione del Villaggio Don Bosco di Tivoli, attraverso i decenni, nel campo delle attività sociali di beneficenza, del ruolo di prestigio conquistato fino ai lusinghieri apprezzamenti di Sua Santità, Benedetto XVI, durante una omelia a Piazza San Pietro. Sono state ricordate le difficoltà degli inizi, la preparazione di 1.500 panini al giorno, le preoccupazioni,  le ansie di Don Nello, ma soprattutto il suo CREDO incrollabile nella Provvidenza. È bello e doveroso ricordare il nostro passato. tenere presente la memoria di queste origini, sottolineare i sacrifici e la figura di Don Nello e di tanti benefattori, che, nei modi più svariati, hanno dato un contributo. È la nostra storia, che ci ha definito una identità gloriosa, storia che deve essere sempre rinverdita per mantenere vivo un impegno sempre adeguato al meglio; ecco perché riprendo episodi e momenti stimolanti. Avvicinandosi il Santo Natale, andiamo a vedere che succedeva allora, all’alba del Villaggio. Tra le carte dell’archivio ho ritrovato una lettera di Oreste, che fotografa il Villaggio, in quella pesante atmosfera del dopoguerra  e che dice: «... il problema più impellente era la fame; lo era per tutti e non pochi nostri concittadini stentavano a mettere insieme il pranzo con la cena ... ma Don Nello non si scoraggiò ... bussò a tutte le porte. Bisogna dire che i Tiburtini risposero con molta generosità ... fu tutta una gara di solidarietà...E arrivò Natale! Un gruppo di giovanotti tra diciotto e venti anni, che non avevano niente da offrire, si guardarono negli occhi e decisero che era arrivato anche per loro il momento di fare qualcosa per Don Nello; io ero uno di questi! Mi ricordo Sergio Fantini: riuscì a rimediare una specie di vestito da Babbo Natale, Carlo Ianigro: un carrettino a mano; Alberto Faccendini un campanaccio da mucca e io una pertica, all’estremo della quale avevo sistemato una specie di bussolotto, simile a quelli che si usano per la questua nelle chiese. Così equipaggiatici, muovemmo in corteo per la città, mentre il buon Ruggero Parmeggiani sollecitava la gente, a volta con maniere brusche e pittoresche, a offrire quello che potevano per i ragazzi di Don Nello. Ben presto il bussolotto si riempì di monete e il carrettino di indumenti, di scarpe, di pacchi di pasta, di sacchetti di patate, di legumi...A tarda sera, quando tutto fu portato al Seminario, avemmo la gioia di vedere lo sguardo commosso e ammirato dei ragazzi e il dolce sorriso di Don Nello. Un’esperienza indimenticabile!» (firmato Oreste Perini).

Parlando di “Babbo Natale” è suggestivo il racconto che Don Nello riporta va relativo al suo primo Natale con i ragazzi: «Io volevo che il Villaggio fosse una “Grande Famiglia” non un collegio, quindi che i ragazzi vivessero come si vive in casa perciò non volevo scuole interne, non volevo divise, ... non volevo campanelli... Il primo Natale lo facemmo proprio alla tivulese ... con il cenone, con i giochi fino a mezzanotte, con la partecipazione alla Santa Messa, celebrata sotto le stelle, albero di Natale, nottata in bianco. Il giorno seguente. ancora giochi, pranzo di Natale, tutto proprio come si fa in tutte le famiglie... avevo messo un albero di Natale, davanti alla porta del refettorio, con tanti regalini e tante cioccolatine sistemate su tutti i rami... mi accorgevo che ogni giorno sparivano le cioccolatine dei rami più bassi... pensai che il ladro fosse Pietro, che aveva tre anni e mezzo...! Senti Pietro hai mangiato tu le cioccolatine?No, no, no, don Ne’, non sono stato io!...Va bene, sarà stato qualche topo... La sera gli venne la febbre a quaranta, aveva una intossicazione da cioccolato. Con una buona purga rimettemmo le cose a posto». Il clima natalizio era vissuto gioiosamente fino alla Befana. «Io – dice Don Nello – desideravo che ogni ragazzo avesse qualche cosa che desiderava, anche se non avevo molto denaro a disposizione, ... feci scrivere ad ognuno quello che voleva... comprai pistole da cowboy, foderi, cappellacci, ecc.... La mattina li trovai tutti mogi, mogi... Che cosa è successo? Don Ne’, rispose continua da: La Befana al Villaggio uno, la Befana è venuta male. Era successo che don Giovanni Ritrosi di Anagni, sacerdote che collaborava con me, per rendere più reale la cerimonia della Befana, chiamava uno a uno i ragazzi dal buco del camino e buttava giù le pistole, che cadendo si rompevano. Allora ripresi la strada di Tivoli, a piedi, perché non avevamo una macchina, e, andai da Picchi Aldo, del negozio “Felici” e gli raccontai il fatto... Picchi non me le fece pagare... risalii al Villaggio, distribuii le pistole e... un’altra atmosfera nell’oliveto un risuonare di spari da cowboy. Questo fu la prima Befana!».

Voleva realizzare tutto quello che si faceva in ogni famiglia e cominciò a fare il padre di tutti. Intanto la piccola fiammella accesa da Don Nello, si sviluppava in grande fiamma, in impegno appassionato e creava sempre nuovi consensi. La memoria di tanti piccoli episodi, che potrebbero sembrare insignificanti, carichi, invece, di passione e umanità, il ricordo di modesti personaggi, che impegnati in questo disegno, sono diventati artefici della realizzazione di un sogno, danno un’anima all’Istituzione e ne fanno la Storia.

 

Domenico Giubilei

           
Una cosa mi consola.... nessuno ha mai pianto per colpa mia.....Don Nello Del Raso
Aggiornato il: 28 marzo 2012